IL CONCETTO DI “FELICITÀ” NELL’INSEGNAMENTO DI OMRAAM MIKHAËL AïVANHOV
Il concetto di “Felicità” nell’Insegnamento di Omraam Mikhaël Aïvanhov
di Laura Galgani[1]

Tratto da Misli IV – 2017

Nel XXI secolo parlare e scrivere a proposito della felicità procura un certo disagio: sarà per il fatto che questo concetto è ormai relegato per lo più all’ambito pubblicitario, dove viene impiegato per rendere accattivante un prodotto da vendere; o perché è associato ad uno stato d’animo che si ricollega all’infanzia – ormai lontana nel tempo e che senz’altro non tornerà più –  o ancora perché lo si collega ad istanti, ad attimi fuggevoli dell’esistenza, in cui qualche avvenimento scatena piacevoli sensazioni chiamate, appunto, felicità. Questi attimi, per la maggior parte delle persone, sono davvero solo momenti, o al massimo brevi periodi, in quanto le condizioni esterne, non sempre favorevoli, li trasformano presto in stati d’animo più o meno grigi.

Di felicità non se ne parla quindi apertamente, come se fosse una pretesa eccessiva, un qualcosa di cui un individuo adulto e maturo sa bene di dover fare a meno; e se per sua fortuna gli sarà dato ancora di provarla, farà bene a tacere e a custodire per sé quelle sensazioni preziose. Condividere quegli attimi, infatti, potrebbe toglierne il beneficio e la proprietà esclusiva, nonché il potere taumaturgico di lenire la sofferenza. Si può quindi dire che, nei confronti della felicità, l’essere umano si trova di fronte ad un nuovo e moderno tabù, che lascia davvero l’amaro in bocca.

Tutto ciò nasce da un equivoco, basato essenzialmente sulla poca conoscenza che l’essere umano ha di sé. Egli, infatti, ha il diritto di essere felice! Anzi, il dovere!

Questo dovere non coincide però necessariamente, o non soltanto, con la realizzazione di quelle aspirazioni che si nutrono sin da giovani: avere un buon lavoro, guadagnare molti soldi, amare un/a compagno/a ed essere riamati, avere dei figli sani e forti, viaggiare, avere una bella casa; infatti, anche se riuscissimo davvero a conquistare tutto ciò, non è detto che potremmo dirci veramente felici.

Si afferma comunemente che “il denaro non dà la felicità”, eppure bisogna riconoscere che l’aspetto economico dell’esistenza interessa buona parte dei pensieri e condiziona lo stato d’animo degli esseri umani: quante volte si ha paura “di non farcela”, e ci si sente sprofondare perché si pensa di non avere abbastanza denaro per la propria sussistenza?

L’Insegnamento filosofico di Omraam Mikhaël Aïvanhov propone interessanti riflessioni su questo tema, che aiutano a trovare il giusto atteggiamento nei confronti del denaro:

Per risolvere una volta per tutte il problema del denaro, bisogna sapere che il vero pericolo sta nel consentirgli di prendere possesso della mente dell’uomo. Intendo dire che non è bene pensare solo al denaro, in quanto l’idea del denaro e il desiderio di possederne, si ingrandisce via via, gonfiandosi al punto da oscurare il cielo. È come una tenda che impedisce alla Luce celeste di penetrare e di venire a dimorare nell’essere umano. È buona cosa avere del denaro, […] ma a condizione che lo si metta in tasca, in un cassetto, in cassaforte … per poterne disporre quando se ne ha bisogno. Mettetelo da qualsiasi parte, ma non in testa, altrimenti diventerà il vostro padrone e voi il suo schiavo. Se, invece, il padrone siete voi, il denaro dovrà obbedire, e ne potrete fare tante cose buone.[1]

Questa riflessione ci aiuta anzitutto a comprendere che il denaro deve ritornare ad essere, nell’esistenza di un essere umano, un semplice strumento e non il suo centro; evitando in particolar modo di pensare che l’ottenimento della felicità sia ad esso collegato.

Si può quindi dire che la prima illusione che ci allontana dalla felicità risiede nel cercare questo stato d’animo in qualcosa di esterno alla natura umana, come per l’appunto il denaro. È necessario, vedremo, partire dall’interiorità e coltivare l’idea della felicità come un dono, intimo e personale, che ogni essere può conquistare.

Nell’insegnamento del filosofo Omraam M. A. troviamo passaggi che aprono nuove prospettive assolutamente invitanti e gratificanti sul perché e sul come si possa sviluppare una felicità stabile e duratura:

Se volete la felicità non rimanete con le mani in mano, ma partite alla ricerca degli elementi che vi permettano di trovarla. Tali elementi appartengono al mondo divino, e quando li avrete trovati, amerete il mondo intero e sarete riamati da tutti, godrete di una migliore comprensione delle cose e avrete finalmente il potere di agire e di realizzare.[2]

Si prospetta quindi un lungo viaggio, volto ad una profonda comprensione di cosa si debba intendere per felicità e soprattutto di dove andare a cercarla. Prima, però, è bene liberare il campo da possibili falsi obiettivi! Omraam M. A., ad esempio, insegna a distinguere la differenza che esiste fra piacere e felicità. Troppo spesso, infatti, nella vita quotidiana, questi due concetti vengono confusi tra loro, e si crede che il piacere coincida con la felicità:

felicita

Orientarsi secondo il piacere che si prova presenta dei rischi, poiché, di solito, ciò che piace alimenta solo gli istinti, anziché l’anima e lo spirito. Basta vedere in che cosa l’essere umano trova piacere: nel mangiare, nel bere, nell’abbracciare un uomo o una donna, nel gioco, nel demolire gli altri, nella vendetta, ecc.; le possibilità non mancano. Ma, di questo passo, dove andrà a finire? Certamente non nella felicità, poiché la felicità è qualcosa di più vasto, di infinito, mentre il piacere tocca nell’uomo un campo molto limitato, quello della sua natura inferiore, egoista e limitata.[3]

Da questa riflessione risulta evidente come piacere e felicità tocchino e agiscano su diverse parti dell’essere umano. Il piacere è legato per lo più al corpo fisico, la felicità invece all’anima e allo spirito.

Omraam M. A. utilizza un’immagine molto eloquente, che aiuta a capire cosa accade se, nella vita, si pone il piacere al primo posto:

Non si tratta di privarci del piacere, ma semplicemente di non metterlo al primo posto come scopo della nostra esistenza, poiché fisicamente ci debilita e spiritualmente ci impoverisce. Chi cerca il piacere prima di ogni altra cosa si comporta come chi, per rimediare al freddo dell’inverno, utilizza per riscaldarsi tutti gli oggetti di legno della propria casa: le porte, le finestre, le sedie, i letti, gli armadi… dopo un po’ di tempo non gli rimane più nulla. Lo stesso accade a colui che si lascia guidare dal piacere: le emozioni e le sensazioni che sta vivendo bruciano a poco a poco le sue riserve. Coloro che cercano il piacere a tutti i costi, devono quindi sapere che cosa offrirà loro l’avvenire: l’impoverimento e l’offuscamento della coscienza. Non potendo conoscere i tesori dell’anima e dello spirito, conoscono soltanto quello che accade nello stomaco, nel ventre o ancora più in basso.[4]

C’è un’altra grande illusione che allontana molte persone dal poter vivere e sperimentare la felicità: la convinzione che essa si possa raggiungere solo nella vita di coppia. Quante persone credono che senza un compagno o una compagna si sia condannati ad essere irrimediabilmente soli ed infelici!

L’origine e la causa di questo senso di triste solitudine che molti vivono ci viene spiegato con chiarezza da Omraam M. A. in questa seguente riflessione:

Quanti si lamentano della solitudine! Ebbene, devono sapere che sono loro ad aver creato quella solitudine in se stessi, nella propria mente. In realtà non si è mai soli. E allora, perché le persone si sentono sole? Perché non hanno molto amore. «Come? – diranno – ma noi abbiamo fin troppo amore, non sogniamo altro che l’amore!» Appunto, qui sta l’errore: sognano l’amore, aspettano il principe o la principessa delle fiabe, ed è per questo che si sentono sole: perché aspettano l’amore invece di cercarlo dentro di sé. L’amore che si attende non arriverà mai. L’amore non lo si deve aspettare dall’esterno: si trova dentro di noi, lasciatelo uscire, lasciate che si manifesti, questo è l’unico modo in cui lo incontrerete veramente.[5]

Il problema della solitudine oltretutto non tocca esclusivamente le persone sole; quanta solitudine e infelicità troviamo anche in coloro che vivono una relazione di coppia! Le aspettative spingono a credere che sia sempre l’altro a dover rendere felice; tutti desiderano un partner capace di prevenire e realizzare ogni desiderio, soddisfare tutte le necessità, rispondere ai bisogni di accudimento, sostegno, risoluzione dei problemi, gratificazione, sicurezza, piacere … magari prima ancora di averli espressi.

Nella relazione di coppia spesso l’altro viene visto come una fonte d’acqua cui attingere a piacimento, e si beve, si beve…  finché la sorgente si esaurisce, e ugualmente ciò che sosteneva e nutriva la relazione.

Omraam M. A. ci invita a considerare la coppia da un punto di vista diverso, in una prospettiva che permetta di sperimentare un’immensa felicità nella relazione:

Tutti cercano il principio femminile superiore. Quando si parla di felicità, è lei che si cerca, perché è lei che la distribuisce. […] Se volete bere dalla tazza della felicità, cercate di considerare la donna come un’Anima e voi come uno Spirito. Un altro tipo di relazione si instaurerà allora fra voi e le donne. (T.d.A)[6]

Questa riflessione comporta un radicale cambiamento di prospettiva. Omraam M. A. consiglia quindi di andare oltre l’apparenza per cercare di conoscere l’essere umano nella sua essenza, infatti:

Gli esseri umani non si limitano all’aspetto esteriore: ciascuno di essi ha un’Anima, uno Spirito, e anche se quell’Anima e quello Spirito si manifestano raramente, esistono […]. Credetemi, il miglior modo di agire con gli altri consiste nello scoprire le loro qualità, le loro virtù e le loro ricchezze spirituali, e concentrarsi su di esse.[7]

Occorre allora comprendere e conoscere la natura profonda dell’essere umano, com’è fatto e come funziona, e per far questo è necessario andare oltre il piano fisico e materiale nel quale viviamo la nostra quotidianità.

Omraam M. A., in numerosi passaggi, illustra la struttura dell’essere umano, divisa in due parti: la natura “inferiore”, composta dal Corpo fisico, dal Corpo astrale (il mondo delle emozioni e dei sentimenti) dal Corpo mentale, e la natura “Superiore”, costituita dal Corpo atmico (il corpo della volontà superiore), dal Corpo buddico (il mondo dei sentimenti superiori), e dal Corpo causale (il piano mentale superiore).

In sostanza, questi corpi sono «l’uno il riflesso dell’altro, come una casa che si specchia su un lago […], non c’è separazione fra i due, è come un gatto davvero lungo che cerca di mordere la sua stessa coda, e sente male! Fra la testa e la coda c’è qualcosa in mezzo, e la stessa cosa accade a noi. Il Sé superiore vuole connettersi al sé inferiore, vuole discendere in basso e cerca di arrivare, attraverso la materia del nostro corpo, al sé inferiore […] è la perfezione, è Dio che vuole connettersi all’uomo».[8] (T.d.A)

Questo processo di unificazione della natura Superiore con la natura inferiore costituisce un lungo cammino per l’essere umano, un cammino però non è facile, che spesso fa sentire così lontani dall’armonia, dall’unità, dalla comunione con il Sé superiore, che si ha la sensazione di essere come scissi, divisi interiormente. Per spiegare bene questo concetto di dualità, Omraam M. A., in francese, utilizza parole molto efficaci, quali: bifurcation (scissione, separazione, bivio, divisione) e unification (unità, armonia, coesione):

Non essere scissi significa non avere due pensieri contrari, due ideali incompatibili, due desideri o due attività che si contraddicono […] Il discepolo deve prima di tutto evitare ed impedire le separazioni correggendo gli errori.[9] (T.d.A)

Questa divisione interiore è oggi sempre più comune, in quanto viviamo in una società contraddittoria: da una parte troviamo gli elevati ideali cui tutti aspirano, di pace, fratellanza, armonia, dall’altra le piccole o grandi ambizioni personali ed egoistiche di successo, potere e benessere materiale. Ci si sente così in bilico fra i due piatti della bilancia, dilaniati nel dover scegliere a quale parte di sé dare voce. Chi, infatti, può dire di condurre un’esistenza assolutamente coerente con un unico principio unificatore?

Eppure la vera felicità non può esistere se interiormente si è nella scissione. Omraam M. A. ci spiega come comprendere se interiormente siamo in uno stato di unità o di divisione:

E la felicità, la gioia, la salute, che cosa sono? Un’unità. Nel momento in cui siete contenti, leggeri, sorridenti, osservate se tutto è in accordo dentro di voi, se tutto è unito, se niente è rimasto da parte […]. Se siete gioiosi ma il vostro plesso solare è contratto, c’è da qualche parte una dissonanza, qualche cosa che non lavora in armonia con il tutto. La disunione è alla base di tutti i mali e di tutte le sofferenze umane. L’unità è alla base di tutte le forze, il fondamento della potenza.[10] (T.d.A)

La ricerca e l’ottenimento della felicità passano quindi dalla ricerca dell’unità, e se accade di trovarsi interiormente nella separazione, è necessario porvi rimedio il più velocemente possibile:

Il discepolo deve prima di tutto evitare ed impedire le separazioni correggendo gli errori. È questo il lavoro degno di un discepolo. Si occupi quindi per anni di armonizzare e riconciliare tutto dentro di sé.[11] (T.d.A)

Il lavoro suggerito da Omraam M. A., volto a creare l’unità interiore, passa però da una maggiore consapevolezza del proprio mondo interiore, dei propri stati d’animo, delle proprie personalità in conflitto che, vedremo, lo stesso Omraam M. A. paragona a tante “tribù”. Il lavoro di unificazione presuppone che queste “tribù”, durante tutto il percorso della vita, imparino a sottomettersi al volere del Sé superiore, l’unico capace di creare una vera unità e di instaurare, nell’essere umano, un regno di pace e armonia:

Quando in lui il Sé superiore parlerà, Egli detterà le leggi dell’amore, della giustizia, della purezza, dell’obbedienza alla volontà di Dio a tutti gli abitanti. Le stesse leggi per tutti e in tutto il regno! […] Vale la pena consacrare la vita intera a questa unificazione; soffrire, lavorare, al fine di riunire le tribù del nostro mondo interiore che hanno così tante abitudini e gusti differenti, al fine di creare una nazione, un regno, una famiglia, con una testa che governa l’insieme! Non è una realizzazione esteriore, bensì interiore. […] Il compito principale di un re è quello di pacificare il proprio popolo.[12] (T.d.A)

Quest’immagine del modo interiore visto come un regno verrà affrontata anche successivamente, in quanto è possibile approfondirla ed esplorarla anche sui piani più elevati dell’esistenza umana.

Il lavoro che ognuno può compiere su di sé nella ricerca della felicità e nell’unità interiore è qualcosa che porta benefici e vantaggi non solo a livello individuale, ma anche sul piano collettivo.

Omraam M. A. infatti ci spiega che nell’unità si trova la chiave di volta per superare i non solo i conflitti e le difficoltà personali, ma anche i conflitti e i disordini sociali.

Cari fratelli e sorelle, l’essere divisi è il più grande nemico della nostra felicità. Se vogliamo creare delle condizioni favorevoli per i nostri Paesi e per l’umanità, dobbiamo diventare tutti dei servitori dell’amore e della saggezza. […] Stabiliamo l’unità prima di tutto in noi stessi, poi nella nostra famiglia e nella società. Se ne siamo capaci, questo avviene grazie a un amore che sottintende nobili sentimenti e pensieri luminosi. Sono questi che creano l’unità.[13] (T.d.A)

La ricerca dell’unità e la conseguente felicità che ne deriva, sono da considerarsi un processo interiore, composto da diversi gradi e livelli di sviluppo. Omraam M. A. individua in questo processo di armonizzazione e unificazione interiore tre grandi livelli, vediamo quali:

La contentezza, che, aumentando, si trasforma e diventa gioia, con le sue diverse sfumature, la quale, condensandosi, si trasforma in Resurrezione, e cioè Felicità, Nirvana, Vita eterna. È vero: se voi vi sentite contenti, è perché vi avvicinate all’armonia, è perché vi allontanate da una biforcazione, e se persistete lungo la via intrapresa, conoscerete l’allegria, la gioia, poi la beatitudine e la Vita eterna. Come si fa ad introdurre in sé l’ordine e l’armonia? Bisogna dirigere tutto il proprio amore verso un centro unico, il Signore […] bisogna amare l’unità, farne il proprio ideale.[14] (T.d.A)

In questa riflessione Omraam M. A. spiega qual è l’elemento essenziale di questo processo di unificazione: «dirigere tutto il proprio amore verso un centro unico, il Signore». Questo Centro, verso cui tutto deve convergere, è rappresentato simbolicamente dal sole: la sua luce, il suo calore, il suo lavoro senza fine, di cui tutte le creature, indistintamente, beneficiano, è il primo esempio da prendere in considerazione per superare i contrasti interiori e lavorare secondo un ideale superiore:

Anziché prefiggerci il piacere come scopo dell’esistenza, ci si dovrebbe dire: ‘Ora devo fare della mia vita qualcosa di utile, qualcosa che abbia un profondo significato: sostituire al piacere il lavoro, cioè un ideale.’ E quale dovrebbe essere questo lavoro? Quello del sole. Non vi è attività che superi quella che svolge il sole. Senza mai fermarsi, indiscriminatamente, esso illumina, riscalda e dà vita.[15]

Lavorare come lavora il sole, identificarsi con esso, sviluppare le sue stesse qualità di amore, abnegazione, generosità… questo lavoro interiore, di miglioramento e perfezionamento produce fin da subito i suoi frutti:

Il discepolo che vuole imitare con serietà il compito del sole, dapprima lo farà naturalmente in modo maldestro e imperfetto, ma un giorno comincerà anch’egli a irradiare luce, calore e vita, proprio come fa il sole. Quando un discepolo intraprende un simile lavoro, tutto il resto lo interesserà sempre meno, e le solite piccole gioie e distrazioni quotidiane impallidiranno dinnanzi al grandioso compito di imitare il sole. Avvertirà allora un piacere, una gioia e un’espansione della propria coscienza senza pari.[16]

Ed è proprio così: quale gioia può rivelarsi più grande e autentica dell’irradiare luce, calore e vita come il sole? Contemplarlo al suo sorgere, e lasciarsi avvolgere dalla sua pura luce, fondersi in lui e respirarne le particelle ricchissime che arrivano con i suoi primi raggi dorati, ecco il cammino che porta alla felicità.

Un lavoro di profonda purificazione che permette all’essere umano di bruciare tutte quelle scorie, quei pensieri faticosi, quegli stati d’animo negativi, persino quelle esperienze dolorose che ne hanno segnato l’esistenza e che hanno appesantito il suo spirito, impedendogli di divenire potente, capace di librarsi verso il Cielo e di unirsi a Dio.

In questo stato di gioia e armonia interiore la respirazione diventa esperienza di autentica felicità:

Inspirare, espirare… inspirare, espirare… La felicità è il respiro dell’anima. […] Si potrebbe dire che il respiro è stato dato all’uomo per fargli capire che tutto ciò che è tangibile, come il denaro, le ricchezze, ecc. non può essere paragonato a ciò che è sottile, impalpabile, invisibile, a quel mondo eterico nel quale l’uomo è immerso. Tutti coloro che hanno la consapevolezza di essere immersi nel mondo eterico, nel mondo spirituale, respirano ininterrottamente e sono felici grazie a quella respirazione.[17]

La respirazione, la contemplazione e la meditazione al sorgere del sole sono quindi mezzi e strumenti a nostra disposizione per riuscire a viaggiare con la nostra anima verso il sole, dove potremmo finalmente fonderci nel nostro Sé superiore:

Quindi esiste qualcosa nell’essere umano che si estende fino a molto lontano: sono delle emanazioni, dei raggi che arrivano fino al Sole. […]  E là, vi è l’essere umano nel suo aspetto superiore: il suo aspetto divino si trova già nel Sole. Ma poiché la coscienza risiede nel cervello, l’uomo non può rendersi conto che abita nel Sole. […] Quando l’essere umano diverrà cosciente di tutte queste verità […], si collocherà nella coscienza che si trova al di sopra della coscienza, che è già nella regione della super coscienza, fino a comprendere che ne è un abitante, che abita già in alto. Che cos’è questo essere, questa entità? È il nostro Sé superiore che abita nel sole; non abita nel nostro corpo fisico, poiché se vi abitasse compirebbe delle cose straordinarie, formidabili. Viene di tanto in tanto, si manifesta qualche volta, prende contatto col cervello, ma poiché questo non è ancora pronto a vibrare all’unisono con lui, se ne va e si prepara finché il cervello gli offrirà rifugio, e il Sé superiore non è nient’altro che una particella di Dio. Noi, nelle regioni superiori, siamo Dio stesso; perché al di fuori di Dio non esiste niente. […] Una particella di noi abita già in Dio in una felicità incredibile.[18] (T.d.A)

Questo obiettivo molto elevato può forse spaventare o scoraggiare; come si fa, concretamente, a raggiungere il proprio Sé superiore, che abita già nel sole? Si vive nei tormenti, nelle difficoltà, nella routine della quotidianità!

Anche in questo caso Omraam M. A. ci mostra qual è la giusta attitudine da adottare nei confronti di tali quesiti. Ciò che conta, egli afferma, non sono infatti i risultati, ma il lavoro di perfezionamento.

Si deve desiderare la gioia, la pienezza e la pace, poiché quella è la vera vita, ma finché si è ancora troppo imperfetti, si passerà loro accanto senza sfiorarle. Per dimostrare la veridicità di quanto sopra, chiediamoci: chi non desidera la felicità? Tutti gli esseri viventi non desiderano altro. Gli uomini trascorrono il loro tempo facendo progetti per realizzare quello che pensano li possa rendere felici, eppure non lo sono mai … C’è dunque ancora qualche cosa da capire e da rettificare. Infatti, finché non si sono fatti sforzi sulla via della perfezione, non bisogna desiderare che la vita sia facile e priva di difficoltà – non lo sarà comunque. Le difficoltà che ci impongono degli sforzi vanno accettate, ben sapendo che i motori che ci condurranno alla vera felicità sono proprio gli sforzi.[19]

Questo lavoro di perfezionamento interiore presuppone anche la capacità di affrontare con serenità le difficoltà, in quanto anch’esse possono essere viste come occasioni di crescita e perfezionamento. Non è quindi rifuggendo le difficoltà che si ottiene la vera felicità, poiché essa non rappresenta un rifugio, una facile soluzione per chi rinuncia a vivere se stesso e la propria vita. Piuttosto, la felicità:

Altro non è che uno stato di coscienza, un modo di capire, di sentire, di comportarsi, un modo di essere nella vita, ed è per questo che può appartenere solo a coloro che la sanno trovare con l’appoggio di un lavoro spirituale. La felicità, come la pace, è una sintesi: se comprendiamo bene le cose e le facciamo nostre, avremo la possibilità di agire bene e di essere felici. Per arrivarvi, bisogna tuttavia accettare la scienza iniziatica che è la sola capace di insegnare all’intelletto, al cuore, e alla volontà i metodi per dominare la natura inferiore, la personalità, al fine di dare alla natura superiore, l’individualità, tutte le possibilità di evolvere.[20]

«La felicità come modo di essere nella vita»: ecco una frase da interiorizzare e ripetere ogni giorno, come un mantra: al risveglio, durante le attività della giornata, al lavoro, nell’interagire con la famiglia, ma anche nel fare la spesa in un caotico supermercato … rivestire tutto di una possibile felicità che è già presente nell’animo umano.

La profonda comprensione che la felicità sia uno stato di coscienza permetterà di nutrire la mente, il cuore, e aprirà la strada affinché essa prenda stabilmente dimora nella profondità dell’essere. Ma prima è necessario desiderarla, proiettarla dentro e fuori di noi con il fuoco dell’amore, senza il quale nessuna realizzazione sarà possibile. La felicità va amata, vissuta e percepita, perché la felicità è come un’amante, sempre in cerca del suo amato, l’essere umano, e quando lo trova lo colma di un’energia inesauribile.

La strada che porta a realizzare la felicità, come stato di coscienza, è lunga, ma appena intrapresa permette all’essere umano di vivere in pace con se stesso e con tutto il suo mondo interiore. Questo lavoro che ognuno di noi deve compiere, può essere paragonato, come dicevamo, a quello di un sovrano che regna sulle tribù che vivono sulle proprie terre.

Quando l’essere umano arriverà ad essere ragionevole, intelligente, risvegliato e vigile per custodire il suo regno – regno che rappresenta lui stesso – solo allora otterrà una pace stabile e duratura. E che cosa sarà questa pace? Una felicità indescrivibile, una sinfonia ininterrotta, uno stato di coscienza sublime, in cui tutte le cellule si dilatano in un oceano di luce, nuotano nell’acqua viva e si nutrono di ambrosia.[21] (T.d.A)

Se si riesce, anche solo per brevi istanti, ad attingere a quell’oceano di Luce, improvvisamente si comprende che tutto è perfetto, che non c’è bisogno di avere alcuna paura, che ci si può perdere in quell’amore sconfinato che esiste dentro e fuori di noi, e che si può ritornare a fondersi con quella Luce dalla quale siamo stati generati, per continuare a vivere nella felicità come scintilla inesauribile in seno all’Eterno.

Questa fusione è l’unione tra il Sé superiore e il sé inferiore dell’essere umano, che genera attimi indescrivibili di immensa gioia, felicità, armonia, pace e gratitudine.

Terminiamo questo breve excursus sul tema della felicità con un’ultima riflessione di Omraam M. A. in cui egli descrive con poetiche parole questo stato di coscienza chiamato felicità.

Solo quando la natura Superiore sarà venuta a dimorare in voi, potrete assaporare una felicità indescrivibile. Sarete felici senza conoscerne la ragione. Quella felicità – ed è la cosa più sorprendente – è una felicità senza causa. Vi appare meraviglioso vivere, respirare, mangiare … nulla vi è accaduto, né regali, né eredità, né incontri, tuttavia siete felici, perché qualcosa vi ha raggiunti dall’alto, qualcosa che non dipende da voi … come un nettare sceso dal Cielo, e sarete sorpresi di trovare in voi stessi quel meraviglioso stato di coscienza. Gioite e non ne sapete il perché. Ecco qual è la vera felicità.[22]

Biografia
Opere Edite

Aïvanhov, O. M., I semi della felicità, Prosveta, 2007,

Aïvanhov, O. M., Il dovere di essere felici, Prosveta, 2017.

 

Opere inedite

Aïvanhov, O. M., La vraie place des deux principes, Conférence n. 516 du 27 mars 1951, Prosveta.

Aïvanhov, O. M., Comment regarder le soleil. Séparativité, Réalité et Maya, Conférence du 31 juillet 1967, Prosveta.

Aïvanhov, O. M., Bifurcation et unification, Conférence n. 194 du 14 avril 1943, Prosveta.

 

Conferenze audio:

Aïvanhov, O. M., Conférence du 28 aout 1965, Prosveta.

Aïvanhov, O. M., Conférence du 31 juillet 1971, Prosveta.

Aïvanhov, O. M., Conférence du 23 juillet 1973, Prosveta.

Aïvanhov, O. M., Conférence du 07 aout 1976, Prosveta.

Aïvanhov, O. M., Conférence du 17 juillet 1981, Prosveta.

Note

[1]  Aïvanhov, O. M., I semi della felicità, Prosveta, 2007, pp. 49-50.

[2]  Aïvanhov, O. M., I semi della felicità, Prosveta, 2007, p. 14.

[3]  Aïvanhov, O. M., I semi della felicità, Prosveta, 2007, p. 20.

[4]  Aïvanhov, O. M., I semi della felicità, Prosveta, 2007, p. 30.

[5]  Aïvanhov, O. M., Il dovere di essere felici, Prosveta, 2017, p. 34.

[6]  Aïvanhov, O. M., «Il vero posto dei due principi», Conferenza nr. 516 del 27 marzo 1951, Prosveta, 1951.

[7]  Aïvanhov, O. M., Il dovere di essere felici, Prosveta, 2017, p. 36.

[8]  Aïvanhov, O. M., Conferenza nr. 194 del 14 aprile 1943, Prosveta, 1943.

[9]  Aïvanhov, O. M., Conferenza nr. 194 del 14 aprile 1943, Prosveta, 1943.

[10]  Aïvanhov, O. M., Conferenza nr. 194 del 14 aprile 1943, Prosveta, 1943.

[11]  Aïvanhov, O. M., Conferenza nr. 194 del 14 aprile 1943, Prosveta, 1943.

[12]  Aïvanhov, O. M., Conferenza nr. 194 del 14 aprile 1943, Prosveta, 1943.

[13]  Aïvanhov, O. M., Conferenza nr. 194 del 14 aprile 1943, Prosveta, 1943.

[14]  Aïvanhov, O. M., Conferenza nr. 194 del 14 aprile 1943, Prosveta, 1943.

[15]  Aïvanhov, O. M., I semi della felicità, Prosveta, 2007, p. 30-31.

[16]  Aïvanhov, O. M., I semi della felicità, Prosveta, 2007, pp. 30-31.

[17]  Aïvanhov, O. M., I semi della felicità, Prosveta, 2007, p. 79.

[18]  Aïvanhov, O. M., Come guardare il sole: separazione, realtà e illusione, Conferenza del 31 luglio 1967, Prosveta, 1967.

[19]  Aïvanhov, O. M., I semi della felicità, Prosveta, 2007, p. 41.

[20]  Aïvanhov, O. M., I semi della felicità, Prosveta, 2007, p. 76.

[21]  Aïvanhov, O. M., Conferenza del 23 luglio 1973, Prosveta, 1973.

[22]  Aïvanhov, O. M., I semi della felicità, Prosveta, 2007, p. 78.

 

[1] Laura Galgani (Firenze, 1963), partecipa da anni alle attività del Centro Studi della Fondazione Omraam; dedicandosi allo studio dell’Insegnamento di Omraam Mikhaël Aïvanhov, e approfondendo temi di carattere spirituale, finalizzati all’evoluzione interiore. Scrive testi teatrali per ragazzi, su questioni di attualità, dedicandosi inoltre a laboratori teatrali per la preparazione all’interpretazione scenica dei testi, e alla messa in scena dei lavori con la partecipazione dei giovani attori.

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