E LA VERITÀ?  – HUBERT MANSION

La spiritualità ha fatto il suo ingresso nel mercato del benessere e l’industria riesce così bene nel suo intento di confondere questi due concetti che, tra qualche anno, saranno molti coloro che non riusciranno più a districarli, allo stesso modo in cui già oggi non sono più capaci di distinguere un aroma naturale da uno artificiale. Troviamo da un lato gli accessori indispensabili (le candele, l’incenso, la musica per rilassarsi, i cuscini per la meditazione), dall’altro modi di essere prefabbricati: un miscuglio di indolenza, di mimetismo, di positività cieca e d’intransigenza. Al posto del comportamento compassato dei cattolici di una volta, troviamo atteggiamenti zen (davanti al dolore degli altri), ma si tratta naturalmente della stessa medesimo atteggiamento benpensante, ancora e sempre in totale spregio della stessa cosa attraverso i secoli: la verità.

Omraam Mikhaël Aïvanhov poneva la verità al di sopra di tutto e questo è un punto che mi ha sempre assai tormentato. Che cosa significa questa parola? Come fare per trovarla? Di quale verità stiamo parlando?

In queste poche righe vorrei affrontare un unico aspetto di questa ampia questione, parlando soltanto di quella verità che per tutti noi è così faticosa da trovare e dalla quale, a mio giudizio, si deve partire: la nostra. Se non troviamo la nostra verità, come possiamo avere una visione chiara all’esterno? Se non siamo a nostro agio con noi stessi, come facciamo a sperare in una qualsiasi armonia in qualsivoglia contesto?

Siamo pieni di pseudo-convinzioni, di credenze, di idee che non ci appartengono, di pensieri che ci attraversano, di abitudini che imitiamo. Bisogna sbarazzarsi di tutto questo ciarpame per iniziare ad avvicinarsi a se stessi. Come fare per riuscirci?

Il trascorrere della vita e l’incontro, spesso sorprendente, con il principio di realtà contribuiscono, per fortuna con una certa efficacia, a questa grande opera di sgombero: l’infelicità, diceva Simone Weil, costringe a riconoscere come reale quanto non si crede possibile. Per chiunque vi si interessi, la spiritualità può rappresentare un grave pericolo se si riduce ad un ricorso a nuove fedi, come fosse un belletto applicato alla bell’e meglio sull’insieme dei nostri rifiuti e rottami. Quanto spesso vediamo persone con squilibri affettivi, sessuali, intellettuali colmare le loro insufficienze con frasi fatte e invocazioni al cosmo? Preferendo spiegazioni karmiche all’agire? Vediamo i timidi che, anziché aprirsi agli altri, scelgono di evitarli con il pretesto che emettono “onde negative”; i complessati, che vanno in cerca di comparse per poter poi, in gruppo, accusare il mondo esterno; i disperati, che si rifugiano nelle illusioni; i pigri, che chiamano in causa la reincarnazione. Insomma, la spiritualità a tutto serve tranne che al suo unico scopo: risvegliarci.

Certo siamo tutti feriti e anche mezzi sanguinanti, ma è perché siamo esseri umani. Soffriamo di insufficienze, cerchiamo di tenere la rotta verso il raggiungimento di un ideale per noi troppo elevato. Ma non si tratta di una tara, semmai di un’etichetta: noi siamo Made in Earth. Una parte, ahimè, della nostra verità sta in questa semplice quanto infinitamente desolante constatazione: non potremo mai, finché siamo sulla terra, divenire ciò che vogliamo. Prima ancora di volerci trasformare, dobbiamo diventare capaci di accettare di essere chi siamo.

Al di là di questo dato generale, che riguarda grosso modo tutto il genere umano, ho sempre avuto l’impressione che il percorso della vita conduca naturalmente ogni essere vivente a conoscersi: un’entità vivente, immersa nella vita, ne esce più cosciente, potremmo dire, parafrasando in qualche modo Archimede. Più cosciente dell’ambiente, certo, ma per forza di cose anche di se stesso dentro quell’ambiente. Non potremmo forse spingerci fino a dire che la conoscenza di sé è l’essenza stessa della vita e che lei stessa si sperimenta attraverso le creature, passando per una immensa quantità di esperienze, così come noi facciamo individualmente?

Questo aspetto del lavoro su di sé non è, di per sé, di natura spirituale e neanche psicologica, e costituisce semplicemente una pulizia preliminare, poiché, com’è noto, non si ridipingono muri sporchi. Ne consegue che ogni persona che ne guidi un’altra può doverle dire cose esattamente opposte a quelle che ha fatto notare alla precedente: è per questo che si sentono dire su Mikhaël Aïvanhov cose talvolta tanto contraddittorie. Non essere in grado di capire che si tratta dell’ultimo dei problemi quando si ha a che fare con un Maestro spirituale di questo livello è una dimostrazione eclatante di stupidità, o di infantilismo.

Come ci si può analizzare se si è impastati di definizioni di bene e di male, di divieti e di censure? Come si fa a sapere chi si è quando non si vuol sapere? Si deve osservare o giudicare, ma se si giudica prima di osservare si condanna prima di sapere. È per questo che la verità è fondamentalmente legata alla libertà: per sapere si deve necessariamente essere liberi di esplorare, di provare, di verificare. Senza che ce lo impediscano né la paura, né le credenze o le pseudo-convinzioni, per spirituali che possano sembrare.

Lo stesso vale, a mio parere, per l’insegnamento di Mikhaël Aïvanhov. Man mano che il tempo passa aumenta il pericolo di imbalsamarlo in dogmi… Un gran numero di insegnamenti spirituali, che avevano l’unico scopo di rendere più libero l’essere umano, si riassumono ormai in vari divieti e obblighi assurdi. Su Petar Danov circolano affermazioni degne della Legenda Aurea, che rischiano di privarlo di qualsiasi umanità. È qualcosa che avviene sempre secondo lo stesso copione: qualcuno, toccato da una grazia inventata, si proclama detentore di quello che non ha capito, e che però insegna a tutti. Comincia con lo stilare regolamenti (prodotti beninteso di “leggi universali”), continua facendo la morale e contribuisce poi a fare della ricerca interiore un percorso sviato da pseudo-convinzioni e credenze piuttosto che tracciato dalla verità di ognuno, segnato dalla rigidità piuttosto che dalla vita.

È un pericolo che esisteva già quando Mikhaël Aïvanhov era in vita, e lui ne era ben consapevole. Ma il pericolo è oggi maggiore, visto il numero degli “apostoli”. Le prossime generazioni sapranno, della sua persona, quello che viene detto loro oggi da chi lo ha conosciuto. La responsabilità di questi ultimi è quindi considerevole, visto che il loro atteggiamento, libero o prigioniero, vivo o dogmatico, sincero o ipocrita, sarà determinante per il vigore e l’efficacia di un verbo prezioso per l’umanità intera.

La verità, ha detto Omraam Mikhaël Aïvanhov, non è né un sapere, né un comprendere. La verità è una sensazione. È meraviglioso poter provare qualcosa di così immateriale come la verità, ma l’unica sensazione che si può imporre agli altri è la sofferenza.

 

Quante persone dicono di essere alla ricerca della verità! Pur rammaricandosi di non averla ancora trovata, si sentono fiere di essersi lanciate in una ricerca così difficile… Ebbene, no, la verità non è così difficile da trovare, e può essere anche definita molto semplicemente. Diciamo che è come una medaglia le cui facce sono rispettivamente l’amore e la saggezza. Se cercate la verità indipendentemente dall’amore e dalla saggezza, ossia indipendentemente dallo sviluppo armonioso del cuore e dell’intelletto, non la troverete mai. Ma non appena avete l’amore e la saggezza, possedete pure la verità, anche se non la cercate. Non si trova mai la verità come un principio a sé stante: essa può esistere solo per chi sa lavorare contemporaneamente con il cuore e con l’intelletto. Se attualmente nel mondo circolano e si scontrano tante verità diverse e contraddittorie, è perché esse riflettono la deformazione del cuore e dell’intelletto degli esseri umani. Qualcuno vi dice: «Ecco la verità!» In realtà, quella è la “sua” verità, e quella verità è l’espressione del suo cuore e del suo intelletto deboli e deformati, o al contrario saldi e illuminati.

Omraam Mikhaël Aïvanhov

 

Hubert Mansion è uno scrittore e conferenziere belga. Insieme a Emilia Tamko ha prodotto il primo film documentario su Omraam Mikhaël Aïvanhov, La présence d’un Maître (2012).

Add Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *